Psiconeuroimmunologia, effetto placebo e personalità
Il sistema nervoso e il sistema immunitario costituiscono due strutture all'interno del corpo. Fino a non molti anni fa, si riteneva che questi due sistemi agissero come entità parallele, ma indipendenti. Negli ultimi due decenni, invece, un numero piccolo ma crescente di eccellenti studi ha rivelato una serie di interazioni dirette tra i due sistemi e ha fondato il campo della psiconeuroimmunologia.
Le origini delle psiconeuroimmunologia possono essere tracciate sin dagli inizi di questo secolo. Oggi siamo consapevoli del fatto che una persona sottoposta a stress ripetuto o cronico può diventare sufficientemente immunosoppressa, dal punto di vista clinico, da essere a rischio - ad esempio - di malattie infettive. Alcuni studi hanno infatti correlato stress emotivi ad acutizzazioni di infezioni da virus e ad altre malattie di natura infettiva.
Uno studio ha poi segnato l'inizio dell'accettazione dei benefici quantificabili della psicoterapia per il trattamento del cancro, ed è stato pubblicato nel 1989: consisteva nel followup di lungo termine, di uno studio iniziato a metà degli anni Settanta. Nello studio iniziale, una serie di pazienti affetti da patologia neoplastica era stata scelta per essere sottoposta all'intervento standard e alla chemioterapia, da soli o in combinazione con una terapia di sostegno di gruppo. Al momento, i pazienti che partecipavano alla terapia di gruppo presentavano indici più elevati riguardo alla qualità della vita, rispetto a quelli sottoposti ai soli trattamenti medici.
Circa dieci anni dopo, nel tentativo di screditare le teorie sull'effetto della psicoterapia sulla mortalità, l'autore ha esaminato l'esito di lungo termine nei due gruppi, aspettandosi di non trovare differenze nel tempo medio di sopravvivenza. Con sua sorpresa, tuttavia, i pazienti nella terapia di gruppo erano sopravvissuti in media 18 mesi in più rispetto a quelli del gruppo di controllo, un effetto benefico superiore a quello di qualsiasi altro agente chemioterapeutico. Questo notevole risultato deve ancora essere rigorosamente riprodotto, ma costituisce una svolta nel campo della medicina del corpo e della mente.
Gli studi di psiconeuroimmunologia possono essere di difficile interpretazione, non solo per l'effetto placebo, ma anche perché l'atteggiamento mentale di un paziente può influenzare in modo determinante la sua ricerca di un trattamento e l'aderenza allo stesso. Un numero relativamente ridotto di studi di psiconeuroimmunologia ha cercato di controllato queste variabili, ma studi ben controllati sono sicuramente necessari per un'ampia accettazione di questa disciplina nella comunità scientifica.
L’effetto placebo
Gli effetti dell'umore e del pensiero sui processi di malattia hanno avuto una lunga storia nel corso dei secoli.
Il potere inerente le interazioni medico-paziente è definito, in maniera forse un pò riduttiva, effetto placebo. È considerato talmente influente per l'esito delle terapie mediche che tutti i nuovi trattamenti devono essere confrontati in studi clinici condotti in doppio cieco, con un placebo, che è appunto un trattamento neutro dal punto di vista chimico. Non è raro che il gruppo placebo dello studio mostri una significativa risposta clinica positiva, presente a volte nel 50% dei pazienti, che va attribuita all'influenza dello stato mentale, dell'umore e dell'atteggiamento del paziente nei confronti della guarigione.
La crescente tendenza ad abbreviare i contatti con i pazienti minaccia di limitare il ruolo di tale 'effetto placebo' nella pratica clinica, con una conseguente disattenzione dalle conseguenze potenzialmente gravi e con la perdita di un trattamento altamente efficace. Negli ultimi decenni, il successo straordinario delle modalità di trattamento biologiche e farmacologiche ha infatti ridotto l'accento sull'appello alle risorse intime del paziente nella pratica clinica.
La maggior parte dei clinici trascura perciò l'influenza dei fattori emotivi sulle comuni malattie organiche.
Personalità e malattia
La nozione generale di "personalità prona alle malattie" ha ricevuto una conferma scientifica, ma solo una specifica condizione è stata correlata in modo convincente con un particolare tratto della personalità: le coronaropatie sembrano essere infatti più comuni in soggetti con punteggi elevati su scale che misurano l'ostilità, un meccanismo che può essere basato sulle scariche di adrenalina che accompagnano gli scoppi d'ira.
Recenti evidenze hanno suggerito anche che la depressione può essere un fattore di rischio per un attacco cardiaco potente quanto cardiopatie, aritmie cardiache e insufficienza cardiaca congestizia preesistenti. Eppure, la depressione spesso non viene riconosciuta e non viene trattata da parte dei medici di base e dei cardiologi. Sono altresì necessari ulteriori studi controllati per confermare queste osservazioni.
La personalità generale prona alle malattie richiede naturalmente altri fattori, ambientali o genetici, per determinare malattie quali asma, colite ulcerosa e artrite reumatoide.
E' da considerare anche il rischio che i sostenitori ben intenzionati di un legame causale tra le emozioni e l'incidenza di malattia possano esagerare, al punto che persone affette da gravi malattie possono chiedersi se non ne sono state esse stesse la causa, per una "carenza di amore per se stessi" oppure per la "necessità di essere malati". La saggia applicazione di buon senso e sensibilità rimane, evidentemente, una dote clinica indispensabile.
leggi: medicina psicosomatica e malattie psicosomatiche.

