Già nella seconda metà degli anni Cinquanta, Bowlby osservava, in pazienti agorafobici da lui intervistati, l'importanza rivestita dalla soppressione del contesto interpersonale, cioè la negazione da parte del paziente della componente relazionale e delle sue potenziali influenze patogene sul vissuto attuale.
Questa osservazione di Bowlby è non solo estensibile ai soggetti con attacco di panico ma ascrivibile alla psicopatologia stessa del disturbo: l'apparente primarietà del DP va comunque confermata o corretta solo dopo aver indagato sulla situazione psicologica del paziente, anche questi non ne riconosce il contributo.
Peraltro, l'imponenza della sintomatologia sul piano fisico e la polarizzazione dell'attenzione sul malesseri somatico contribuiscono a far leggere come primaria una fenomenologia clinica che non lo è necessariamente.
L'apparente isolamento del sintomo panico dal contesto personale relazionale fa parte della psicopatologia stessa del disturbo, tanto da presentarsi quasi regolarmente nella prima fase di riconoscimento del disturbo, per poi eventualmente attenuarsi nel corso di un colloquio clinico che non si limiti ad una mera registrazione dei fatti concreti.
A favore dell'intervento di fattori psicologici nell'eziopatogenesi del panico stanno i risultati delle ricerche che indirettamente pongono in dubbio la validità esclusiva del modello neurobiologico; fra queste, ad esempio, gli studi che evidenziano i limiti dei trattamenti a breve termine, farmacologici o comportamentali o anche misti, ma anche quegli studi che suggeriscono anche che l'attacco di panico rappresenti verosimilmente la parte emergente di un'organizzazione personologica.
In un lavoro del 1992 Taylor e Gorman, svolgendo delle considerazioni sulla teoria e la terapia dei disturbi d'ansia, affermano che i trattamenti in uso, farmacologici e comportamentali, pur riuscendo ad eliminare molte delle caratteristiche invalidanti dei disturbi d'ansia, non sortiscono effetto sulla componente sottostante l'epifenomeno clinico.
Da tempo si è osservato che i pazienti con panico, paragonati a soggetti sani, hanno sia un maggior numero di eventi stressanti nel periodo precedente l'esordio del disturbo sia eventi più gravi di separazione genitoriale e perdita nella vita evolutiva.
Questi fattori costituiscono tuttora un vasto fronte di ricerca dal quale provengono vari contributi: Angst e Vollrath, in uno studio sulla storia naturale dei disturbi d'ansia, segnalano la consistente presenza di life event nel corso della vita.
Servant e Parquet confermano il ruolo di eventi di perdita e di separazione quali fattori di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione secondaria. Gli autori notano anche che questi fattori di rischio non operano indipendentemente da variabili predisponenti di tipo temperamentale.
Lteif e Mavissakalian hanno dimostrato che life event associati a caratteristiche demografiche negative correlano positivamente con la presenza di sintomi psichiatrici e precisano che la presenza di psicopatologia e neuroticismo è tanto più consistente quanto più sono negativi i life event.
Manfro et al. hanno documentato in un campione di adulti con panico che 1'80% di essi presenta nella propria storia life event negativi precedenti l'esordio sintomatologico. Una ricerca di Young et al. mette in luce come l'abuso emozionale e/o fisico sia in relazione con panico e depressione e si associ ad un più precoce esordio dei sintomi.
Bush et al. hanno fatto notare che, dal momento che ciascun individuo interpreta il significato di questi eventi in maniera diversa, uno stressor esterno può portare o no all'inizio di un attacco di panico in un individuo vulnerabile da un punto di vista neurofisiologico.
Ciò suggerisce che esiste una variabile psicologica discriminante in grado di mediare tra eventi esterni e l'inizio dell'attacco di panico.
30 giugno 2007
Fattori psicologici nel Disturbo di Panico
29 giugno 2007
Crisi da panico
La crisi nel contesto del disturbo da attacchi di panico è caratterizzata da una sintomatologia intensa e polimorfa. La comparsa delle crisi è improvvisa e non è associata ad alcun fattore situazionale scatenante, configurando così l'attacco di panico primario a presunta patogenesi biologica.
In altri casi invece le crisi possono insorgere in evidente rapporto a particolari stimoli, configurando il panico situazionale.
Le manifestazioni fisiche rappresentano l'effetto di una intensa attivazione neurovegetativa: tachicardia, palpitazioni, sudorazione, sensazioni di caldo e di freddo, vertigini, nausea e disturbi addominali. Sintomi respiratori sono rappresentati da dispnea, mancanza di aria, sensazioni di soffocamento, dolori toracici, e potrebbero essere all'origine di una sindrome di iperventilazione alcalosi-indotta, con conseguenti parestesie e tremori. Possono associarsi sintomi vestibolari, vertigini, atassia, instabilità alla deambulazione. In alcuni pazienti si possono riscontrare manifestazioni psicosensoriali, ad esempio déjà-vu, sentimenti di derealizzazione o depersonalizzazione, alterazioni temporospaziali.
Manifestazioni psicologiche
I sintomi psichici sono quelli di una paura intensa e ineludibile: sensazioni di annientamento, catastrofe imminente, perdita di controllo, paura di svenire, impazzire o morire; precedono spesso la comparsa della sintomatologia fisica e si prolungano per l'intera durata della crisi. È l'associazione delle due classi di manifestazioni, psicologiche e somatiche, che permette di diagnosticare l'attacco di panico.
Sebbene le manifestazioni fisiche possano essere isolate, tanto che spesso motivano consultazioni ed esami strumentali, la caratteristica peculiare del DP è questa mescolanza del versante somatico e di quello psicologico, oltre il polimorfismo sintomatologico.
Risposte comportamentali
Ad un attacco di panico si può accompagnare un'agitazione disordinata; l'attacco può indurre un'immediata condotta di fuga, specie nel panico fobico o situazionale; d'altronde, è eccezionale che l'attacco di panico si accompagni ad atteggiamenti teatrali come quelli osservati nei fenomeni di tipo isterico.
La durata della crisi è breve (da qualche minuto ad un'ora) ma la fase prodromica e post-critica possono durare per qualche ora, seguite spesso da uno stato di intensa astenia.
leggi: attacchi di panico sul sito.
ultima modifica agosto 2008
28 giugno 2007
Come il mare che va
Nudi
DAP (Disturbo da Attacchi di Panico)
Attacchi di Panico
(click per seguire il link)
27 giugno 2007
Psicopatologia dei disturbi dell'alimentazione
Le specificità psicopatologiche individuali che possono spiegare la rilevante diffusione attuale dei disturbi alimentari riconducono al fatto che, negli ultimi decenni, nel mondo occidentale, in una società benestante e talora opulenta, si è diffuso un ideale di bellezza incentrato sull'immagine della magrezza.
L'ideale della magrezza vive il grasso come difetto morale è la snellezza come ideale da perseguire; esiste altresì un rapporto stretto tra grassezza, fertilità e riproduzione di cui i disturbi alimentari esprimono simbolicamente il rifiuto.
È questo l'humus culturale che innesca ed amplifica l'espressione di un disagio, dalle remote radici, che coinvolge l'immagine corporea, il ruolo sociale femminile così come quello sessuale.
II cibo e l'atto del cibarsi si colorano di connotazioni simboliche complesse ed articolate.
Hilde Bruch nel descrivere le caratteristiche psicopatologiche distintive dell'anoressia mentale, ha sottolineato la pervasiva sensazìone di «ineffettualità» di cui le pazienti anoressiche soffrono, facendola risalire, in modo quanto mai penetrante, ad una lacuna di «nulla» posta al centro del sé anoressico. Area di non-essere in grado di determinare un lo debole e deforme.
L'esperienza psicologica universale legata all'alimentazione è quella del rapporto diadico: il bambino, sin dalle primissime fasi della vita, instaura con la madre-nutrice transazioni affettivo-emotive mediate dal cibo.
M. selvini Palazzoli sottolinea come, attraverso un adeguato soddisfacimento dei bisogni, il bambino giunga alla consapevolezza della propria identità corporea; la progressiva maturazione biologica, nel bambino, del sistema sensoriale diacritico è strettamente connessa alla adeguatezza del rapporto empatico-transazionale con la madre-nutrice ed è all'inadeguato sviluppo di questo sistema che si può far risalire lo strutturarsi dell'alterazione dell'immagine corporea caratteristica peculiare dell'Anoressia Mentale.
II «nulla» che tanta importanza riveste nella psicopatologia anoressica si struttura nel Sé come conseguenza della scissione esistente tra aspetto materiale della nutrizione e componenti affettive legate a questa. Non si tratta semplicemente di carenza, quanto piuttosto di un'incongruità insita nell'atto del nutrire che limita e deforma la strutturazione dell'lo del bambino.
Com'è noto, tale strutturazione comprende la coscienza di sé come distinzione dagli altri: l'Anoressia rappresenta così la contraddizione di una presenza fisica che può esistere solo nella misura in cui riesce, come tale, a negarsi: l'ideale dell'lo è proiettato al di fuori della dimensione corporea: l'lo anoressico esclude il proprio corpo e, dì conseguenza, si ritrae dal mondo (s).
Nella Bulimia le componenti affettive legate alla nutrizione sono state, più che incongrue, insufficienti. La psicopatologia della Bulimia è incentrata sul sentimento di «vuoto», di vacuo, nel senso di carente, insufficiente.
È la psicopatologia dei vuoto che denota l'essere bulimico e che esprime la significativa privazione emotiva sofferta dà questi pazienti nelle prime relazioni parentali; è intorno a questa penosa sensazione di vuoto che si struttura, in tutta la sua complessità, l'assetto psicopatologico bulimico. Questo è sovente nascosto da una particolare struttura di personalità, definita «falso-Sé pseudoindipendente» struttura rigida e tendenzialmente ossessiva, che cela sentimenti di bisogno, iperdipendenza e scarsa autostima.
Se l'Anoressia comporta una negazione, che è stata definita delirante, della dimensione corporea, è invece un vissuto di «estraneità» quello che si prova, nella bulimia, rispetto al proprio corpo: il corpo fisico è vissuto come «altro», estraneo, marginale rispetto al Sé.
In questo senso la crisi butimica, durante la quale si agiscono sentimenti di rabbia, tristezza ed abbandono, rappresenta la ricerca di una forma di compenso e di un mezzo di soddisfazione e, contemporaneamente, il tentativo di riappropriarsi di una dimensione corporea che si avverte essere in pericolo, ma che pure esiste; inoltre, tende ad assumere il significato di riempire (di cibo, appunto) un vuoto: tale tentativo è destinato al fallimento ed a riproporre il comportamento bulimico poiché esclude ancora una volta la componente affettiva, diadica, della nutrizione e ripropone la scissione tra corpo fisico e corpo vivente.
Nella Bulimia, caratterizza clinicamente dall'alternarsi di periodi di ristrettezze alimentari ad altri di abbuffate, è evidente l'oscillare tra l'accettazione ed il rifiuto: del ruolo femminile e dell'identità sessuale, della dimensione corporea e del proprio essere al mondo.
In questo senso la psicopatologia della Bulimia si discosta radicalmente da quella dell'Anoressia, paragonata dalla Bruch ad una psicosi schizofrenica, e ricorda piuttosto la ciclicità di un Disturbo Bipolare.
Vedi anche i post su: indicazioni alla psicoterapia dell'anoressia mentale, aspetti clinici dell'anoressia, la bulimia nervosa.
26 giugno 2007
Sulla terapia della bulimia nervosa

Psicoterapia della bulimia Nervosa (la pagina del sito)
(Vedi anche l'altro post sulla terapia della B.N. e quello sulla psicopatologia dei disordini del comportamento alimentare).
Luci ed ombre
25 giugno 2007
Le immagini che non si cancellano
.jpg)
"...all’età di sette anni ho fatto un sogno.
Mi trovavo seduto su un albero, così alto che sfiorava il cielo. Una voce veniva di lontano e diceva: Se vuoi conoscere il mistero della vita devi misurare il mondo.
Pian piano mi sono lasciato andare di ramo in ramo, fermandomi proprio di fronte a casa mia, con la stessa leggerezza con cui cadono le foglie.
Poi ho tolto di tasca il metro pieghevole e ho incominciato a misurare ogni cosa, con cura, cercando di non sbagliare.
Misuravo tutto.
Ormai a prima vista potevo dire la lunghezza di qualsiasi cosa. Nel sogno ero felice.
Ma quando mi sono svegliato..."
22 giugno 2007
Bulimia
Quadro clinico di recente acquisizione, ha assunto negli ultimi decenni sempre maggiore importanza. La Bulimia Nervosa (B.N.) è un disordine del comportamento alimentare attualmente considerato entità clinica separata dall'Anoressia Mentale (A.M.).

La definizione della B.N. come entità nosografica pone numerosi interrogativi, in particolar modo in merito alle relazioni esistenti tra questo e gli altri disordini alimentari, soprattutto nei confronti dell'A.M.: a lungo infatti il comportamento bulimico è stato considerato variante, o componente, dell'anoressia, in relazione alla quale, oggi, appare più utile focalizzare aree di specificità psicopatologica.
INQUADRAMENTO NOSOGRAFICO DELLA B.N.
Ne 1 1980 il DSM I Il identificava, tra i Disturbi dell'Alimentazione, la «Bulimia» come entità nosografica separata dall'Anoressia Mentale e caratterizzata, essenzialmente, da episodi ricorrenti di eccessi alimentari.
Nel 1987 il DSM III-R (1) ribattezzava la sindrome come «Bulimia Nervosa» specificandone meglio, al contempo, i criteri diagnostici:
1) Episodi ricorrenti di eccessi alimentari.
2) Frequente ricorso a purghe e sensibile restrizione alimentare tra gli episodi bulimici.
3) Persistente ed esagerata preoccupazione per il peso e la forma del corpo.
II DSM IV (1993) (2) riserva un apposito capitolo ai Disturbi dell'Alimentazione, precedentemente inseriti nei Disturbi dell'Infanzia Adolescenza e Fanciullezza, in sintonia con il progressivo aumento dei disordini alimentari verificatosi negli ultimi dieci anni; criteri diagnostici aggiuntivi, rispetto alla precedente definizione, la sensazione di mancanza di controllo sul comportamento alimentare, l'eventuale riscontro di una intensa attività fisica tendente ad evitare l'aumento di peso (come alternativa all'uso di purganti o al vomito autoindotto), infine il criterio «quantitativo», codificato in una media di due episodi di orgia alimentare alla settimana per un periodo di almeno tre mesi.
La storia della B. N. si collega strettamente a quella dell'A.M., disturbo generalmente sconosciuto prima degli anni '70 nonostante la prima descrizione dell'entità clinica possa esser fatta risalire, come noto, a Thomas Morton nel 1689. La bulimia veniva, occasionalmente, menzionata in vecchi studi sull'anoressia ma sino alla fine dell'800 costituiva una componente clinica molto meno importante e frequente di quanto non sia oggi. Sir Wiliam Cullin, psichiatra scozzese, nel 1772 forniva la prima descrizione sistematica della bulimia, che includeva tra gli «appetiti erronei»; P. Janet nel 1903 ne «Les Obsessions et la Psychastenie» descriveva quattro casi clinici che indubbiamente oggi definiremmo di Bulimia Nervosa.Sino a vent'anni or sono, comunque, la bulimia veniva considerata un sintoma ed è solo dagli anni '70 che assume progressivamente autonomia nosografìca e rilevanza clinica anche rispetto ai'ancressia.Hilde Bruch nel 1973 (3) identificava l'esistenza di una sindrome bulimica non anoressica, e riprendeva da un autore d'inizio secolo la definizione di «obese aimigri».Boskind-Lodalh nel 1976 (a) forniva la prima interpretazione in termini etno-culturali della sindrome, che definisce «bulimarexia».Russel nel 1979 (5) introduceva per primo il termine «bulimia nervosa».La Bulimia Nervosa diviene progressivamente più conosciuta e più frequente, tanto da superare rapidamente la diffusione dell'anoressia, e dal 1982, anno in cui viene fondato I'international Journal of Eating Disorders, aumenta notevomente anche il numero delle pubblicazioni che trattano dalla bulimia.II nuovo modello psicopatologico,quello attuale, è relativo alla sindrome bulimica di un individuo che mantiene il proprio peso corporeo ad un livello normale.
EPIDEMIOLOGIA E FATTORI ETIOPATOGENETICI
AI momento attuale non si è ancora in grado di fornire dati epidemiologici definitivi rispetto alla B.N.: ciò sia perché il problema può con relativa facilità rimanere inapparente sia perché il disturbo è considerato solo dal 1980 come specifica entità nosografica. Si ritiene comunque che la Bulimia sia da 5 a 10 volte più diffusa dell'A.M., che l'età media dì esordio sia tra i 16 ed i 20 anni, quindi più tardiva rispetto a quella dell'A.M., che colpisca per I'85% circa dei casi soggetti di sesso femminile. Così come per l'A.M., anche per la B.N. vi è stato un aumento di prevalenza in tutto il mondo occidentale: studi relativamente recenti, condotti utilizzando i criteri diagnostici del DSM IIIR, indicherebbero che la prevalenza della B.N. in studenti liceali ed universitari possa variare tra il 3.8 ed il 9%. Per la B.N. si è parlato di epidemia di dimensioni sociali.In sintonia con le attuali linee di ricerca psichiatrica, le teorie patogenetiche della B.N. contemplano la possibiltà di:1) Una generica predisposizione all'abuso di sostanze, per il frequente riscontro anamnestico di tossicodipendenze e/o alcoolismo, e per le analogie sintomatologiche tra i due disturbi (aspetti compulsivì della ricerca, senso di perdita del controllo in merito all'assunzione, senso di vergogna che impone la segretezza dei comportamento ed il conseguente ritiro sociale).2)Una stretta parentela con i Disturbi dell'Umore, per il frequente riscontro nei pazienti bulimicì o nei loro familiari di sintomi della sfera affettiva oltreché per le analogie esistenti sia nei riscontri neuroendocrini che nella risposta clinicaai farmaci antidepressivi.3) Una ipotetica disfunzione del sistema serotoninergico centrale, strettamente implicato nella genesi dei segnali di fame e sazietà, il cui tono sarebbe ridotto nei portatori di patologia bulimica nei quali appunto il comportamento bulimico potrebbe rappresentare un tentativo di compenso di tale ipofunzione.AI di là della indubbia validità di tali riscontri, nessuna di queste ipotesi è però in grado di fornire soddisfacenti indicazioni in merito ad un problema che appare fondamentale per la comprensione del fenomeno, e cioè il considerevole aumento di incidenza e prevalenza del disturbo bulimico nella società moderna.Una interessante chiave di lettura, in questo senso, può essere fornita dagli studi antropo-analitici di George Devereux (6), che ha introdotto e sviluppato il concetto di «Disturbo Etnico», sottolineando le complesse relazioni esistenti tra cultura, individuo e psicopatologia; l'analisi di tali relazioni può chiarire il perché della relativa scomparsa di talune forme psicopatologiche e la comparsa di altre e ci appare particolarmente utile per la comprensione dei disturbi dell'alimentazione ed in particolare dei fenomeno bulimico.
LA BULIMIA COME DISTURBO ETNICO
Parlare di disturbi etnici presuppone la necessità di considerare una forma psicopatologica, qualunque essa sia, non solo nell'aspetto clinico ma soprattutto in quanto problema culturale.La Grande Isteria rappresentava un quadro clinico tipico dell'800 ed esprimeva, in una forma compatibile con il contesto culturale del tempo, la crisi dell'identità femminile; i disturbi dell'alimentazione, oggi, assurgono ad espressione critica dei dilemmi di quella stessa identità, utilizzando una espressione «formale» diversa in sin105tonia con il contesto culturale attuale. È ciò che potremmo definire un fattore pato-plastico, culturalmente indotto, ed è ovvio che le analogie tra isteria e disturbi alimentari devono fermarsi qui trattandosi di forme di disagio psichico, dal punto di vista psicopatologico, radicalmente diverse.I criteri essenziali che consentono ad un disturbo psicopatologico di essere definito «etnico» sono i seguenti:
1) Frequente nella cultura in questione 1 rispetto ad altre forme di disagio psichico.
2) Presenza di una continuità formale tra elementi normali dell'ambiente socio-culturale e sintomi, considerati come espressione estrema e patologica dei suddetti elementi.
3) II disturbo mostra conflitti normalmente diffusi nella popolazione.
4) Il disturbo può rappresentare la tappa finale, comune, di espressione di disagi psichici i più diversi.
5) Il disturbo mostra la strutturazione di un profilo di devianza, ovvero consente un comportamento deviante pur rimanendo nell'ambìto di ciò che è socialmente accettato.
Disturbi alimentari ed isterici, in questo senso, esprimono analoghe contraddizioni: ciò che cambia è la forma di tale espressione, poiché è cambiato il contesto culturale in cui tali disagi, peraltro sensibilmente diversificabili, si manifetano; inoltre, il disturbo etnico consente in entrambi i casi la strutturazione di un'identità personale attraverso una devianza socialmente tollerata.
PSICOPATOLOGIA
Vi è una sottile e singolare corrispondenza tra i fattori che definiamo etnici e le specificità psicopatologiche individuali che possono spiegare la rilevante diffusione attuale dei disturbi alimentari: negli ultimi decenni, nel mondo occidentale, in una società benestante e talora opulenta, siè diffuso un ideale di bellezza incentrato sull'immagine della magrezza. L'ideale della magrezza vive il grasso come difetto morale è la snellezza come ideale da perseguire; esiste altresì un rapporto stretto tra grassezza, fertilità e riproduzione di cui i disturbi alimentari esprimono simbolicamente il rifiuto. È questo l'humus culturale che innesca ed amplifica l'espressione di un disagio, dalle remote radici, che coinvolge l'immagine corporea, il ruolo sociale femminile così come quello sessuale.II cibo e l'atto del cibarsi si colorano di connotazioni simboliche complesse ed articolate.Hilde Bruch, (Cit.) nel descrivere le caratteristiche psicopatologiche distintive dell'anoressia mentale, ha sottolineato la pervasiva sensazìone di «ineffettualità» di cui le pazienti anoressiche soffrono, facendola risalire, in modo quanto mai penetrante, ad una lacuna di «nulla» posta al centro del sé anoressico. Area di non-essere in grado di determinare un lo debole e deforme.L'esperienza psicologica universale legata all'alimentazione è quella del rapporto díadico: il bambino, sin dalle primissime fasi della vita, instaura con la madre-nutrice transazioni affettivo-emotive mediate dal cibo. M. selvini Palazzoli (7) sottolinea come, attraverso un adeguato soddisfacimento dei bisogni, il bambino giunga alla consapevolezza della propria identità corporea; la progressiva maturazione biologica, nel bambino, del sistema sensoriale diacritico è strettamente connessa alla adeguatezza del rapporto empatico-transazionale con la madre-nutrice ed è all'inadeguato sviluppo di questo sistema che si può far risalire lo strutturarsi dell'alterazione dell'immagine corporea caratteristica peculiare dell'Anoressia Mentale.II «nulla» che tanta importanza riveste nella psicopatologia anoressica si struttura nel Sé come conseguenza della scissione esistente tra aspetto materiale della nutrizione e componenti affettive legate a questa. Non si tratta semplicemente di carenza, quanto piuttosto di un'incongruità insita nell'atto del nutrire che limita e deforma la strutturazione dell'lo del bambino. Com'è noto, tale strutturazione comprende la coscienza di sé come distinzione dagli altri: l'Anoressia rappresenta così la contraddizione di una presenza fisica che può esistere solo nella misura in cui riesce, come tale, a negarsi: l'ideale dell'lo è proiettato al di fuori della dimensione corporea: l'lo anoressico esclude il proprio corpo e, dì conseguenza, si ritrae dal mondo (s).Nella Bulimia Nervosa le componenti affettive legate alla nutrizione sono state, più che incongrue, insufficienti. La psicopatologia della Bulimia Nervosa è incentrata sul sentimento di «vuoto», di vacuo, nel senso di carente, insufficiente.È la psicopatologia dei vuoto che denota l'essere bulimico e che esprime la significativa privazione emotiva sofferta dà questi pazienti nelle prime relazioni parentali; è intorno a questa penosa sensazione di vuoto che si struttura, in tutta la sua complessità, l'assetto psicopatologico bulimico. Questo è sovente nascosto da una particolare struttura di personalità, definita «falso-Sé pseudoindipendente» (9) struttura rigida e tendenzialmente ossessiva, che cela sentimenti di bisogno, iperdipendenza e scarsa autostima.Se l'Anoressia comporta una negazione, che è stata definita delirante, della dimensione corporea, è invece un vissuto di «estraneità» quello che si prova, nella Bulimia, rispetto al proprio corpo: il corpo fisico è vissuto come «altro», estraneo, marginale rispetto al Sé.In questo senso la crisi butimica, durante la quale si agiscono sentimenti di rabbia, tristezza ed abbandono, rappresenta la ricerca di una forma di compenso e di un mezzo di soddisfazione e, contemporaneamente, il tentativo di riappropriarsi di una dimensione corporea che si avverte essere in pericolo, ma che pure esiste; inoltre, tende ad assumere il significato di riempire (di cibo, appunto) un vuoto: tale tentativo è destinato al fallimento ed a riproporre il comportamento bulimico poiché esclude ancora una volta la componente affettiva, diadica, della nutrizione e ripropone la scissione tra corpo fisico e corpo vivente (s).Nella Bulimia, caratterizza clinicamente dall'alternarsi di periodi di ristrettezze alimentari ad altri di abbuffate, è evidente l'oscillare tra l'accettazione ed il rifiuto: del ruolo femminile e dell'identità sessuale, della dimensione corporea e del proprio essere al mondo. In questo senso la psicopatologia della Bulimia si discosta radicalmente da quella dell'Anoressia, paragonata dalla Bruch ad una psicosi schizofrenica, e ricorda piuttosto la ciclicità di un Disturbo Bipolare.
CONCLUSIONI
La Bulimia può essere considerata un nuovo modello psicopatologico, distinto da quello dell'Anoressia. Nei confronti di questa vi è una parziale sovrapposizione formale, ma anche aree di peculiare specificità psicopatologica oltreché clinica.L ipotizzabile che fattori di costume e socio-culturali possano consentire oggi, la massima espressività di tale disturbo e possano anche, in qualche misura, innescare ed amplificare fattori psicopatologici individuali latenti.
Bibliografia
1. American Psuchiatric Association, DSM III-R, Masson, Parigi, 1987.
2. Rizzoli A.A., Smeraldi E.: Psichiatria e Psicologia Clinica (Orientamenti del DSM IV), Poletto, Milano, 1993.
3. Bruch H.: Patologia del comportamento alimentare, Feltrinelli, Milano, 1982.
4. Boskind-Lodahl M.: Cinderella's Stepsister: a feminist perspective on Anorexia Nervosa and Bulimia, Signs: A Journal of women in culture and society, 2, 1976.
5. Russel G.M.: Bulimia Nervosa: an ominous variant of anorexia nervosa, Psychological Medicine, 9, 1979.
6. Devereux G.: Saggi di etnopsichiatria generale, Armando, Roma, 1978.
7. Selvini Palazzoli M.: L'anoressia Mentale, Feltrinelli, Milano, 1979.
8. Galimberti U.: Psichiatria e fenomenologia. Feltrinelfi, Milano, 1979.
9. Gordon R.A.: Anoressia e Bulimia, Cortina, Milano, 1991.126
20 giugno 2007
Immagini
16 giugno 2007
14 giugno 2007
12 giugno 2007
Da che io abbia memoria
08 giugno 2007
Malattia
le soleil retarde
07 giugno 2007
Il blog
si sente, come sempre, un'affettività che ti riscalda il cuore e che ti da una forza incredibile...
e poi il post "l'uomo dei sogni" e poi via via tutti gli altri...
questo è l'abituale flusso di immagini, parole, sogni, ricordi:
trenta erano e trenta sono.
ci sono immagini che mi riscaldano il cuore. e non sono quelle che si possono trovare qui, o non più di tanto.
soprattutto volti. le persone e le relazioni.
e parole. "ci vediamo martedi allle sei..."
ma soprattutto i volti.
di tutti quelli che vedo; che mi sorridono, mi guardano, mi chiedono, e mi dicono. immagini che riscaldano il cuore.
quelli che ridono e parlano aspettando l'ora.
quelli che stanno li e fumano.
e occhi, intelligenti e sensibili, che dicono senza parlare, e ti scaldano il cuore. privi ormai di qualunque violenza.
06 giugno 2007
05 giugno 2007
Relazioni
Se si tratti di relazione uomo donna o di altro, se si tratti di sessualità o meno, se sia realizzazione o castrazione.
Se si costringa o ci si costringa oppure si proponga "vita di relazioni, affettività e sessualità nel rapporto umano uomo-donna".
Se è investimento sessuale o se non lo è.
Se si tratti di costringere il bello nel brutto piuttosto che il contrario.
Cioè se esista (se mi appartenga) davvero - oppure no - l'affettività. La sessualità. La relazione.
Quale sia la motivazione inconscia delle cose. Quale sia la natura di ogni specifico essere umano.
Non me lo spiegate. Non ho chiesto nemmeno spiegazioni.
Pecco di ingenuità a proposito della disponibilità altrui.
Non è questa la prima volta. E non è nemmeno la più grave.
Non è ignavia. E' altro. Non lo spiego. Non ho voglia.
f.
04 giugno 2007
Con immutato affetto

Ho sempre pensato, in qualche misura, che un rapporto di terapia ed un rapporto d'amore siano due cose diverse.
Non che un rapporto di terapia non debba anche essere un rapporto d'amore, anzi, il contrario: ma che non siano esattamente la stessa cosa.
Ciò che rende un rapporto di terapia unico nel suo genere è l'occasione, la necessità e persino l'obbligo dell'interpretazione.
Contemporaneamente ho sempre pensato - e penso - che l'occasione della relazione e quella dell'interpretazione siano due cose diverse, anche se mi rendo perfettamente conto che le cose della vita non sempre sono facili da distinguere. Tuttavia, sono occasioni diverse.
In un altro contesto, ho scritto che "...un parere clinico, ad esempio, deve essere riservato a chi si rivolge al tuo studio." E' tuttavia una semplificazione: non dipende dal luogo, poichè si possono fare sedute di psicoterapia al bar, o in auto: ciò nonostante, non è nemmeno obbligatorio che ciò accada.
Ciò che rende lecita infatti l'occasione dell'interpretazione è il fatto che vi sia una richiesta in tal senso. La relazione può fornire l'occasione per una interpretazione, ma non è - da sola - sufficiente a motivarla.
In una relazione le risposte possibili sono solo due : si. Oppure no. Apprezzabili - per quanto diversamente - tutt'e due.
E anche stavolta il più vecchio post è sparito.
03 giugno 2007
Taepidarium

Un pò la voglia di un'altra immagine.
Un pò la distrazione.
Un pò - anche - la tristezza.
Forse la necessità di intuire, e lasciar intuire, altro.
La bellezza, che sta nelle cose, ma anche negli occhi di chi guarda.
Immagini che cambiano. Ed altre che, belle o brutte, resteranno quel che sono. Senza rammarico.
E il più vecchio post che, anch'esso, finisce negli archivi. Senza rammarico.
Amen, ed è davvero per sempre.














