03 settembre 2007

La terapia di gruppo

Difficile dare una definizione della psicoterapia di gruppo che da anni viene condotta nell'ambito delle attività cliniche dello studio di Siena, e riduttivo nei confronti di coloro che costituiscono il gruppo stesso.

La terapia di gruppo è "esperienza ed evoluzione personale e affettiva condivisa".

Il gruppo è uno spazio sociale che favorisce lo sviluppo delle relazioni fra gli individui che ne fanno parte e facilita la nascita di legami identificativi ed "individuativi" e la creazione di una cultura e di una affettività comuni.

Il gruppo elabora nel tempo una vicenda affettiva condivisa: questa elaborazione contribuisce a trasformare la mentalità del gruppo verso forme di pensiero, di affettività e modalità di relazione più evoluti. Tali risorse sviluppate dal gruppo e dalle sue facoltà di elaborazione condivisa tendono a stabilizzarsi e ad essere interiorizzate come un insieme organizzante di funzioni psichiche a carattere sociale e, soprattutto, affettivo.

La terapia di gruppo acquisisce sempre più, anche rispetto alla psicoterapia individuale, la connotazione di attività formativa e di ricerca personale in ambito relazionale ed affettivo.

(In argomento, è possibile leggere il post sui fattori terapeutici nella terapia di gruppo. Leggi anche il post sulle dinamiche dei gruppi e quello sulla terapia combinata individuale e di gruppo.)

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La psicoterapia di gruppo è un metodo psicoterapico in cui più pazienti, in genere da sei a dodici, di entrambi i sessi, possibilmente rappresentati in ugual misura, alla presenza di uno o più terapeuti, vengono trattati con l'impiego della dinamica di gruppo che offre in­dicazioni diagnostiche e terapeutiche che non si ri­trovano nella situazione psicoterapica classica fondata sulla dualità analista-paziente.

I gruppi possono es­sere chiusi o aperti, a seconda che i membri cambino con minore o maggiore frequenza, e il principio che ne regge la formazione è il fatto che «il Noi è il luogo germinativo di qualsiasi possibile io e di qualsiasi possibile Tu».

All'interno del gruppo si prende coscienza delle relazioni interne, del modo di cooperazione, dell'a­desione dei singoli alle norme e ai valori gruppali, del funzionamento di un comune sistema di comu­nicazione tra i membridel gruppo.

Introdotto nel 1907 da Prat per aiutare dei pa­zienti tubercolotici ad affrontare la propria malattia, il gruppo divenne con W. R. Bion lo strumento per la cura di ogni singolo membro.
Oggi la terapia di gruppo viene praticata anche per iniziative di singoli terapeuti soprattutto per la cura dei disturbi della personalità.

Per una buona impostazione dell'analisi di gruppo occorre affrontare problemi di prima­ria importanza, come lo spostamento del principio di identità dall'individuo al gruppo che, come scrive Napolitani, «non è un oggetto della nostra per­cezione sensoriale, perché questa ci dice qualcosa solo dei singoli individui nella loro aggregazione se­riale, ma nulla dei "legami" eventualmente esistenti fra loro».

Se l'individuo è «naturale» e il gruppo è «cultu­rale», si pone il problema di sapere se al gruppo possono essere applicati gli stessi paradigmi teorici e i metodi di indagine impiegati per la conoscenza dell'individuo, o se, essendo la cultura originaria­mente connessa alla natura dell'uomo, non si de­vono invece derivare dal modello gruppale pa­radigmi e metodi per l'indagine dell'individuo. Al­l'analisi di gruppo si pone quindi il problema di inventare una prospettiva epistemologica che impli­chi il superamento della dicotomia ontologica indi­viduo/gruppo.

Le forme di psicoterapia dinamica di gruppo hanno in comune il raggiungimento di obiettivi terapeutici con l'impiego sistematico dell'interpretazione.

L'ipotesi psicodinamica che sostiene le terapie di gruppo è che esiste un'interdipendenza tra l'Io e il resto della personalità così come esiste interdipendenza tra il singolo e il suo gruppo.

Sembra perciò legit­timo ipotizzare che la consapevolezza delle modalità di questa interdipendenza individuo-gruppo, pro­muove una progressiva consapevolezza della inter­dipendenza tra l'Io ed i suoi oggetti interni. Di que­sti alcuni vengono riconosciuti come propri e, quindi, accettati come parte del Sé, solo dopo essere stati proiettati nel gruppo dove generalmente qual­cuno o il gruppo stesso li personifica.

Le interazioni che ne seguono, nella misura in cui portano alla graduale accettazione dell'altro, riportano dentro il Sé proprio quegli oggetti interni la cui alienazione aveva originato processi di identifica­zione proiettiva. Pertanto ogni componente di un gruppo terapeutico diventa per ciascuno degli altri una "dramatis persona" di tutti quegli aspetti costi­tutivi della personalità del singolo alienati in seguito ai meccanismi di difesa. (Napolitani)

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