12 settembre 2007

I sintomi in psichiatria

Il sintomo è indizio di uno stato morboso.
In medicina vige la distinzione tra il segno, che è un fenomeno oggettivo che l'esaminatore assume come indice di un processo patologico, e il sintomo, che è un fenomeno soggettivo avvertito dal paziente e che va poi decodificato. Nell'ambito dei disturbi psichiatrici il problema del sintomo è più complesso.

Gli psichiatri sviluppano la capacità di individuare le malattie mentali delle persone per diverse ragioni: fare diagnosi accurate; determinare trattamenti efficaci per i pazienti; offrire una prognosi affidabile; analizzare nel miglior modo possibile i problemi psichiatrici; e comunicare efficacemente con gli altri medici.
Per poter raggiungere questi obiettivi, devono conoscere adeguatamente il linguaggio psichiatrico; devono imparare a riconoscere e definire i segni e i sintomi comportamentali ed emozionali e devono essere in grado di osservare rigorosamente e descrivere in modo articolato i fenomeni mentali della psichiatria.

I segni sono reperti obiettivi osservati dal medico, quali, ad esempio, l'affettività limitata e il rallentamento ideomotorio. I sintomi sono esperienze soggettive descritte dal paziente, come la depressione dell'umore e la riduzione dell'energia.
Una sindrome è un insieme di segni e sintomi che si manifestano contemporaneamente e che costituiscono una condizione riconoscibile che può essere meno specifica di un disturbo o di una malattia nettamente definiti.

La maggior parte dei segni e dei sintomi psichiatrici si ricollega al comportamento fondamentalmente normale e corrisponde ai diversi punti dello spettro del comportamento, che va dal normale al patologico.

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Come manifestazione di un processo sottostante, il sintomo è comprensibile soltanto in una logica causale all'interno della quale, come scrive K. Jaspers, «si distinguono, a seconda della prossimità della causa, i sintomi fondamentali (primari, assiali) dai sintomi accessori (secondari, marginali). Pur mantenendosi sempre in una logica causale, in ambito psicopatologico il sintomo assume significati diversi a seconda dei quadri teorici di riferimento all'interno dei quali avviene la lettura del disturbo psichico.

1. PSICOLOGIA DEL PROFONDO. -

In psicoanalisi S. Freud individua nella rimozione l'evento responsabile della formazione di sintomo, che può esprimersi come formazione di compromesso tra due esigenze contrastanti tramite la parziale soddisfazione di entrambe, come formazione reattiva che consente di dominare un impulso inaccettabile con l'esagerazione della tendenza opposta, come formazione sostitutiva che consente di soddisfare un desiderio rimosso tramite un altro desiderio.
C. G. Jung, introducendo nella lettura dei processi psichici l'ipotesi finalistica accanto all'ipotesi causale, perché «quando si ha a che fare con cose psichiche, il chiedersi "perché si verifica la tal cosa" non è necessariamente più produttivo che il domandarsi "a che scopo succede, ritiene che lo stesso segno letto in una logica causale appaia come sintomo, mentre letto in una logica finalistica appaia come simbolo. Così, ad esempio, «la fantasia può essere intesa in un senso causale o in un senso finalistico. A una spiegazione causale essa appare come un sintomo di uno stato fisiologico o personale che è il risultato di avvenimenti precedenti. Alla spiegazione finalistica invece la fantasia appare come un simbolo che tenta, con l'ausilio di materiali già esistenti, di caratterizzare o di individuare un determinato obiettivo o piuttosto una determinata linea di sviluppo».

2. PSICHIATRIA FENOMENOLOGICA. -

In ambito fenomenologico si contesta la possibilità di impiegare la nozione di sintomo a proposito delle malattie mentali perché il sintomo rinvia a una causa che non si dà se non presupponendola a partire da una teoria; pertanto i segni vanno considerati non come sintomi, ma come significati che esprimono qualcosa anche se questo qualcosa è fondamentalmente diverso dall'esperienza comune. In questo senso K. Schneider scrive che «occorre abbandonare il significato medico del termine "sintomo", perché una formazione psicopatologica di stato o di decorso non è una malattia che può produrre sintomi». Questa impostazione era già stata anticipata da Jaspers per il quale, nel campo delle malattie mentali, non si può adottare l'indagine causale tipica delle scienze della natura, perché la malattia non è un «oggetto naturale», ma un «processo».

francesco giubbolini, psichiatra, siena

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