19 luglio 2009
17 luglio 2009
Aggiornamenti in Salute Mentale

Nell'ambito della Giornata per la Salute Mentale in programma a Siena per il prossimo 10 ottobre 2009, segnaliamo la disponibilita' ricevuta sin qui da due colleghi a svolgere gli interventi:
dottoressa Francesca Mancini, psicologa e psicoterapeuta
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2 - La funzione del medico di medicina generale nella prevenzione del disagio psichico
Giuseppe Marrelli, medico di Medicina Generale di Siena, specialista in Medicina Interna
Ringraziamo i due colleghi che hanno garantito la propria disponibilita' a partecipare ai lavori della giornata ed approfittiamo per ricordare che l'evento in programma e' rivolto non ai professionisti del settore ma a chiunque nutra interesse nei confronti dei temi trattati, che la partecipazione ai lavori e' libera e gratuita e che si richiede soltanto una conferma anticipata alla partecipazione stessa.
Non esitate a proporre iniziative per l'evento che stiamo organizzando, e non esitate anche a proporre le vostre idee che abbiano la medesima finalita', ovvero informare sulla salute mentale e sensibilizzare per la lotta contro le patologie psichiatriche.
Per ogni ulteriore informazione rispetto alla giornata e per proposte, suggerimenti ed adesioni e' possibile anche scrivere all'indirizzo email:
sitoinpsico@gmail.com
16 luglio 2009
Un abbraccio per guarire
Si svolge tutta in questo abbraccio e in tutte le sensazioni legate ad esso.
Rimango allora là, quasi per educazione, in attesa che mi lasci.
Ma lui continua a tenermi abbracciata.
Come essere immersi in un'altra dimensione, piena di... Amore.
in fondo a me stessa rimane ugualmente un'inquietudine.
tratto da: 'la ragione degli affetti':
... Il fine dell’analisi è quel fine-analisi in cui il paziente (analizzando) torna alla norma proponendo sé stesso come testimone nella memoria, agente nella prassi, una storia di rapporto che la norma non aveva previsto come possibile ; per comprendere questo è la norma a doversi dotare di quegli stessi affetti di cui deve essere dotato l’analista: e ciò per opporsi a quella scissione tra ragione ed affetti che la norma pare proporre come ineludibile.
È nella ‘norma’ dunque che deve potersi ritrovare ciò che in analisi si è trovato.
Forse, allora, si deve distinguere tra domande cui la ragione può accostarsi ed altre che dalla ragione non possono avere risposta. Poiché qualunque risposta possibile rischia, ancora una volta, di produrre una ‘stonatura’: può essere infatti che, in ogni modo, la ragione incrini, interrompa, il fluire degli affetti, contrapponendosi ad essi.
Ma noi sappiamo che -nella realtà, ed anche nella realtà di una cura- accade, talora, proprio il contrario: e cioé che sia l’affetto, -l’amore così come comunemente lo si intende- ad interrompere l’ordine del discorso, incrinando la ragione.
“È che le cose le posso seppellire anche sotto quintali di sabbia, ma il vento pian piano le riscopre. Penso che ci sia un mare in mezzo a noi, che ci divide, ma che ci tocca entrambi e ci mantiene uniti.”
Allora, dobbiamo dire che l’unica risposta possibile è, forse, in quell’attimo di esitazione e di incertezza che ci coglie prima di ogni possibile risposta; in quell’attimo di silenzio nel quale ogni parola pare sviata, smarrita nel labirinto dell’inconscio: è solo in quell’attimo che è possibile capire quale possa essere - come e dove possa ancora ritrovarsi- la ragione degli affetti.
“...Ed è quando l’essenziale del linguaggio si blocca, in quanto è venuto meno, che la parola vera può sorgere.” Scopriamo così che “...il linguaggio è uno schermo. La volontà è una macchia sulla vista. La coscienza è un demone... Tutti servono delitto e morte. La lucidità, la ragione, il linguaggio muoiono incessantemente.” (Quignard, 1995).
È nel silenzio di un vuoto colmato che può forse emergere la risposta più vera, che è tale anche perché inesprimibile.
Cosicché l’inconscio, in quell’attimo, non ha più bisogno di parole.
Abruzzo, i “sotterranei dell’anima”
Riceviamo da Concetta di Lunardo l'articolo che segue, scritto nei giorni immediatamenti successivi al terremoto in Abruzzo e contenente riferimenti alla sindrome nota come ' disturbo post-traumatico da stress'.
“L’Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia”, ha scritto Hemingway in Addio alle armi.
Adesso il terremoto ha cancellato un territorio nella sua cultura, nella sua quotidianità, nei suoi valori. Ad una settimana da the big one delle 3.32 del 6 aprile, per la città si comincia ad immaginare un futuro. La gente potrà andare nei luoghi della memoria ma solo con la mente. I bambini ne potranno percorrere le strade e ricordarne gli antichi colori, persino i profumi, ma nulla potrà cancellare il ricordo interiore della fine del mondo e della loro innocenza, forse. Dopo dieci giorni la terra continua ancora a tremare. Più di mille scosse, di cui un centinaio percepite nettamente in tutto il Centro Italia, 294 morti, 1500 feriti, una casa su due inagibile sia nel centro storico sia nelle periferie edificate senza scrupoli. E’ imponente l’inventario da fare dei beni culturali da catalogare, imballare e trasportare in attesa del recupero dei siti ora diroccati.
Di fronte ad una tenda verde a Piazza D’armi, una delle 112 tendopoli sorte nei giorni successivi, un cartello informa i 1300 abitanti: “Supporto Psicologico, colloquio in corso, non disturbare”.
Ci lavorano volontari dell’associazione regionale di psicologia d’emergenza (Pea) formati a curare i mali dell’animo nelle situazioni post traumatiche, professionisti in allerta per aiutare ad affrontare le crepe del “ distacco dalla terra, dalle radici, dagli affetti, da un pezzo di vita, dai legami essenziali che aggrediscono l’emotività”.
Si chiama disturbo post-traumatico da stress, in gergo (Dpts), lo stesso che ossessiona chi subisce violenza, abuso, stupro, lo stesso che fiacca la capacità di adoperare efficacemente i comuni strumenti di difesa fisica e psicologica di cui siamo dotati. E’ lo stesso setting delle guerre lampo che trasformano in 20 secondi un paese in un cimitero di guerra con 300 croci.
Su un volantino che circola negli accampamenti una sintesi dei sintomi: ansia, paura di sé o per i propri cari, melanconia, affaticamento mentale, palpitazioni, vertigini, tremori, sensi di colpa, mal di testa. Alla tenda verde, centinaia di volte al giorno, spiegano che «parlare ed elaborare aiuta senz’altro, non è positiva la chiusura, l’isolamento».
Le due psicologhe di turno raccontano di aver visto bambini ammutoliti per giorni, molti hanno paure ed incubi, molti fanno la pipì a letto.
Fondamentale il lavoro di medici-clown.
I bambini devono riprendere a giocare, disegnare, recuperare l’aspetto ludico pur in un quadro dolente e decontestualizzato per effetto delle perdite delle persone scomparse e degli spazi distrutti. Anche per i grandi è necessario «condividere piuttosto che isolarsi», dice Vincenzo Irace, vigile del fuoco in servizio in Lombardia e arrivato con la squadra di supporto psicologico.
E poi ci sono le problematiche di ambientazione, di gestione di spazi decontestualizzati, gestire la rabbia e l’aggressività in questi giganteschi condomini blu, il colore delle tende della protezione civile. E’ un lavoro di totale condivisione con gli sfollati.
Gli psicologi lavorano a tempo pieno, dormono nei campi e supportano con colloqui individuali e di gruppo anche i soccorritori che a loro volta vivono la duplice condizione di soccorritori e terremotati. «Chi ha tirato fuori i corpi dalle macerie deve poter tirare fuori il proprio vissuto».
Per comprendere può essere utile consultare esperienze consolidate. Così un adolescente al tempo del terremoto dell’Irpinia: «Ogni giorno penso al mio paese, a come era bello, alle sensazioni semplici che mi trasmetteva, alla sirena del comune che avvisava che era ora di pranzo perché anche i contadini sperduti nelle terre più distanti dal paese sapessero che era finalmente ora di mangiare, le voci di Fausto e Diego che, ancora oggi, mi risuonano nella mente. Come era bello il mio paese. Adesso è una collina, ci sono perfino cresciuti gli alberi al posto del sangue e di tanti corpi straziati. Adesso posso andarci solo con la mente: ne percorro le strade, ne vedo i colori, ne sento perfino i profumi, e nessuno me lo potrà più rubare».
Si ricomincia da capo, se hai dei pezzetti te li porti dietro, si ricomincia da sé. Attivarsi significa ricominciare e andare avanti.
Da l’Aquila per 'Palermoparla' Concetta Di Lunardo, Roma
link nel sito per un approfondimento: stress post traumatico



